Chi sono io

Paolo Evangelista, classe 1968. Residente ad Arezzo. Fidanzato prima, sposato poi (1996) con la stessa persona che tuttora percepisce un contributo dai Servizi Sociali per sopportarmi. Una figlia di 10 anni.

Laurea in Ingegneria Elettronica con 109, un piccolo sforzetto potevano anche farlo e darmi 110.

Mi sono laureato il 13 Febbraio del 1995, il 26 dello stesso mese già lavoravo per una multinazionale che produceva alimentatori elettronici. Più che della “multinazionale” a me interessava essere a 10? di macchina dal posto di lavoro. Per me i 18 mesi passati prima come Ingegnere della Qualità e poi come Ingegnere dei Processi (cioè quello che prende il tempo alle persone sulla linea di montaggio) sono stati un marchio a fuoco. Prendete un ingegnerino di primo pelo e sbattetelo su una catena di montaggio a gestirne il funzionamento. Da brivido. Primo lavoro: creare tanti pacchettini di lamierini per un prototipo di trasformatore. Un’intera settimana.

Poi, la possibilità di fare un colloquio per Telecom Italia e nel 1996 il nuovo lavoro. Da allora, alti e bassi. Un buon lavoro, un buon rapporto con i colleghi, che sono amici. Non è poco. 3 ore di spostamenti al giorno in treno e a piedi, secondo le logiche illogiche delle Ferrovie dello Stato. Ho passato la crisi del 7° anno di matrimonio. Incredibile, c’è stata con tutti i suoi fulmini.

Per 5 anni mia moglie ha lavorato in un negozio di abbigliamento all’interno di un cinema multisala. Dalle 15 alle 23, sabato, domenica e feste comprese. Lunedì e Martedì libera. Però le piace e io penso che nella vita essere soddisfatti ed in equilibrio sia fondamentale. Questo ha alterato del tutto i rapporti familiari rendendoli strani agli occhi degli altri. Però questo ha anche dei vantaggi: intanto, passo molto tempo con mia figlia da solo. Questa complicità di un padre con i figli le madri non la capiscono. Noi insieme facciamo tutte le “cose proibite”: mangiamo in terra in salotto, inondiamo il lavandino del bagno con la schiuma da barba, vediamo i film da grandi…

Mi sono sempre chiesto perchè mi piaccia fare i pesi in maniera così viscerale. Complesso di persecuzione, rivalsa nei confronti della società, rapporti edipici non risolti… mah…

Mi ricordo che a 10 o 11 anni alla televisione vidi un pezzo di un film dove c’era gente grossissima che spostava montagne di ferro. Rimasi folgorato. 10 anni dopo capii che avevo visto un pezzo di Pumping Iron, la scena in cui Ed Corney fa; 10 ripetizioni di squat con 140Kg. Perciò, il “bisogno” era latente.

A 16 anni, dato che non facevo nulla di attività sportiva ma stavo appiccicato al computer (un Apple II mitico che ho ancora), i miei genitori mi portarono al campo di atletica di Arezzo. E iniziai a fare atletica, da allora fino ai 23 anni.

Per anni perciò passavo i pomeriggi in pista, 3, 4, 5, 6 volte a settimana. L’allenamento era troppo bello. Una sfida con se stessi. E poi il mio allenatore, Aldo, era una persona eccezionale, sempre presente e sempre disponibile. Pensate al classico ragazzo in piena adolescenza quando ha quelle crisi in cui si sente una pecora nel gregge, quando ha bisogno di far emergere la propria individualità. Con la neve, con la pioggia, Aldo era lì in fondo alla pista a prenderci i tempi. Un adulto che reputava noi ragazzini così importanti da rimanere con l’ombrello sotto la pioggia al freddo e che si incazzava se saltavamo l’allenamento. Io mi sentivo importante. Non vorrei banalizzare con le psico-baggianate da talk show, però nessuno di noi ha imparato a fumare, nè sentivamo il bisogno di forme di sballo per sentirci “vivi”. Eravamo soddisfatti di quello che facevamo.

E poi la gara come momento di confronto, contro gli altri ma sempre contro te stesso. Sei solo in corsia. Se vinci è merito tuo, se perdi, gli altri sono più forti di te. Semplice e crudele. La gara come momento fondamentale per capire se ti sei allenato bene o no, la gara come obiettivo ultimo. Questo aspetto mi ha sempre affascinato: in un punto del tempo e dello spazio tu dimostri quanto vali. Non prima, non dopo. In quel momento. E non c’è appello, non c’è il “quasi gol”, non c’è arbitrarietà di giudizio. Crudele ed impietosa, la gara è lo spartiacque fra chi gioca e chi si allena. Lo pensavo a 16 anni e lo penso tutt’ora. L’allenamento fine a se stesso non esiste per me. Allenarsi per essere in forma è da vecchi. Quando lo farò, mancherà poco alla mia dipartita da questo pianeta.

Dopo l’allenamento, pesi. Gare di pesi. Più Kg nella panca, più ripetizioni alla sbarra, più qualcosa sempre e comunque. A 16 anni avevo 11?1 sui 100 e 20 trazioni alla sbarra. A 22 correvo in 10?4 i 100, 21?57 i 200 e facevo 120Kg di panca.

Ho avuto la fortuna di conoscere l’Atletica Leggera a livelli nazionali: mi allenavo con Luca Cosi, 400 ostacolista da 50?23 nel 1987, era pre-Mori (che tra l’altro, essendo di Livorno e gareggiando insieme da juniores, conoscevo bene). Quando Luca veniva chiamato a qualche meeting portava anche me. Nella serie dei secondi c’era sempre qualche posto vuoto. Io riempivo quel vuoto. Una volta ho corso insieme a Calvin Smith, ho visto dal vivo Robson Da Silva, Renaldo Nemiah in riscaldamento che passava gli ostacoli come se fossero di carta, Mike Powell che quando gli italiani fighettini erano stratecnici nel pregara lui semplicemente sentiva il walkman, si toglieva la tuta e saltava sugli 8.60.

Ho fatto il servizio militare nel gruppo sportivo dell’Aeronautica. Ultimo anno di atletica per doppia tenosinovite ai tendini di Achille. Mi sarei dovuto operare. Perciò stop. Nessun rimpianto, avevo raggiunto quanto mi interessava. Quell’anno fu mitico. Facevo pesi con i lanciatori. Gente da 200 fino a 240Kg di full squat. Un mio amico aveva 195Kg di panca, lo aiutai una volta in una serie di 13 ripetizioni con 130Kg. Bestie. Senza doping. Io ero “il piccoletto”. Certe volte mettevano 100Kg di peso minimo e io dovevo allenarmi con quello “altrimenti puoi accomodarti”. Esperienze illuminanti. Io sono sempre stato uno dei più forti in qualunque palestra visitassi. Qui ero “il piccoletto”. Un bagno di umiltà fondamentale per non afflosciarsi e perdere stimoli.

Conobbi lo squat e lo stacco. Chiaramente non avevo bisogno di GPP (general phisical preparation) come un novizio qualunque. Infatti non ho ricordanze di aver mai fatto stacco con meno di 100Kg. Allenamenti sconclusionati, volumi assurdi, frequenze assurde. A 24 anni avevo una tripla a 170Kg di squat, 240 di massimale di stacco, 130Kg di panca. Pesavo circa 72Kg. Ci allenavamo in un casotto di lamiera, qualunque fosse la temperatura. Una volta ci prese un colpo di calore collettivo. Erano le 14 di un pomeriggio di Luglio e ci allenavamo di nascosto a porte chiuse.

Quando iniziai a lavorare, grande crisi! Ero imbevuto delle schede di M&F fino all’osso. MINIMO 4 allenamenti a settimana. Avevo capito che era una rivista falsa, ne ebbi conferma quando lessi di un articolo sull’allenamento delle gambe di Jim Quinn e di un’altro dinosauro. Dicevano di fare la pressa leggera con serie da 20 con 450Kg, mentre quella pesante con serie da 10 con 900Kg… Regolarmente nelle foto la pressa grondava di Kg ma se si contavano i dischi, erano 400Kg. Se io riuscissi a muovere 900Kg per mezza corsa avrei le foto con quei 900Kg in tre dimensioni… nelle riviste, invece, si leggono tonnellate smosse poi le foto sono sempre con carichi ridicoli. Buttai nel cesso M&F.

Nel frattempo un mio amico mi aveva fatto leggere Olympian’s New. Comprai Brawn. Trovare un tizio che mi diceva che con 2 allenamenti alla settimana potevo ottenere risultati, in tono messianico, fu la luce in fondo al tunnel (e senza fari del treno). Sinceramente, sono un grande critico di McRobert. Il suo integralismo è nauseante. Però nel 1996 fu sicuramente un enorme impatto. Mettiamola così: tutto quello che ha proposto McRobert l’ho fatto. Tutti i numerelli magici sono stati conseguiti. Allenandomi sempre a volumi maggiori però… se mi diverto e posso, perchè devo fare di meno?

Ah… allenamenti rigorosamente in casa, in garage, in un casotto esterno. Appoggi per lo squat, bilancieri, pesi, panca… e cose folli, come un 10×10×100Kg di squat parallelo con 30? di recupero o 30 trazioni alla sbarra.

Nel 2004 scopro i forum. Un’altra rivoluzione. Non sono l’unico in mezzo a questo pianeta a fare i pesi. La scoperta della civiltà. Leggo, studio, confronto, sperimento. Tutto cambia meno una cosa: per ottenere i risultati vale sempre una regola: ci si guarda allo specchi e si dice “ma questo è adatto a me?”. Contestualizzare la teoria prima di applicarla. Mi accorgo che quando scrivo delle cose ci sono persone che mi stanno a sentire. E comincia una spirale creativa che mi ha portato a essere un assiduo frequentatore delle comunità virtuali.

Nel 2005 conosco Enrico e il powerlifting. E’ come far detonare una testata nucleare tattica sotto un palazzo: devastante. Il PL è lo sport dei pesi. Tutto assume un senso, come delle tessere di un mosaico che improvvisamente combaciano. Di colpo perdono senso le sfide personali nell’1×20, nei massimali. Sono nulla rispetto alla sensazione di gareggiare di nuovo. Il PL è perfettamente speculare all’Atletica Leggera. In gara sei solo. Come 20 anni prima, se vinci è merito tuo, se perdi gli altri sono più forti. Però è meglio. Perchè sono più grande, perchè non devo dimostrare niente a nessuno, nemmeno a me stesso. E’ semplicemente appagante assaporare ogni momento degli allenamenti e ogni momento delle gare.

Mia moglie non capisce tutto ciò, ma sa che io sono fatto così. Non può frenare questo fiume in piena, può solo arginarlo. E, in fondo, mi vuole bene anche perchè sono così. Se io dedicassi alla carriera le energie che dedico ai pesi, sarei nel Consiglio di Amministrazione. Però, cosa è la vita senza le proprie passioni? Io ho questa. E’ il mio tempo libero. E non transigo assolutamente. Voglio i miei spazi. Come del resto do; agli altri i propri spazi.

Mia figlia con cintura fa PL e fasce elastiche. Il gioco è che io la spingo in basso e le fasce la fanno schizzare verso l’alto…

Dedico troppo tempo? Sono egoista?

Possiamo discuterne all’infinito. Penso che essere in equilibrio con se stessi sia una priorità. Se si è in equilibrio con se stessi, si sarà anche soddisfatti e si romperanno poco le palle al partner. Non si cercherà un’amante per sentirsi giovani. Perchè io sono giovane, e ho da fare. Non ho bisogno di sentire il brivido del proibito, non ho bisogno di vacanze alternative nel deserto, non ho bisogno di uscire dal tran tran quotidiano. Lascio ai miei amici queste storie allucinanti, ho una sessione di stacco con gli elastici. Quanto durerà questa avventura? Non lo so. Però dovesse terminare domani, sarei soddisfatto lo stesso: ho fatto diverse gare, ho calcato la pedana con cintura, corpetti, fasce, maglia da panca.

Quando correvo ho avuto la possibilità di vivere da outsider l’atletica nazionale, ora ho avuto la possibilità di testarmi nel mio infimo piccolo con gli esperti di quello che è lo sport della mia passione. E di questo sono grato a tutti quelli che mi hanno dato fiducia.